Le veci del Perdigiorno


Post taggati marco taddei


Testo

Feb 4, 2013
@ 10:01 am
Link permanente
1 nota

STRAVICINO 8#

Guardiagrele - La mutante tritettuta di Total Recall mi porta ad accostamenti inaspettati con il borghetto abruzzese di Guardiagrele, ameno ricettacolo adagiato ai piedi della Majella, ad un passo dalle avventure paesaggistiche di Bocca di Valle e sulla strada dell’oscura Pretoro. Il suo nome già ci dà una sensazione di fortino, il paese è a guardia di qualcosa: controlla e sorveglia la triplice tentazione a forma di zinne della sua tradizione. Dovete trovare il posto giusto (la pasticceria Lullo) e senza arrossire o inventarvi eufemismi chiedete una Sisa delle monache (pare che il poeta indigeno Modesto della Porta l’abbia battezzata così). Avrete una capezzoluta leccornia ripiena che non saprete come aggredire. La città con il suo lungo viale vi inviterà alla digestione e mentre ottundete il picco glicemico capirete perché è uno tra i borghi più belli d’Italia //MT

Le Sise delle Monache le trovate qui, ma guardate che non fanno le consegne a domicilio…


Testo

Gen 28, 2013
@ 1:04 pm
Link permanente

Caffè con Neftalì

Quasi Amsterdam, 1977 – Abito nella campagna dietro Amsterdam da quando sono nato. Sono quasi analfabeta ma me la cavo bene con la scrittura di racconti, specialmente se c’è di mezzo il sesso. Nel mio villaggio siamo tutti abili scrittori di racconti erotici. Siamo così dal 1955, l’anno in cui è precipitato un satellite militare proprio vicino all’acquedotto. Da allora si è diffuso il contagio. Chi nei mercatini popolari, chi nei negozi della capitale tutti ci siamo procurati una macchina da scrivere. Tutti ci siamo costruiti una scrivania. Tutti abbiamo trovato un angolo dove depositarci come un seme, e lì raccolti abbiamo inforcato il foglio dentro il rullo ed abbiamo iniziato a battere. Tutto il paese si rintanava a scrivere. Madre, padre e figli nella stessa casa non si rivolsero più la parola, immersi com’erano ad elaborare i propri grevi raccontini. Tutti sferragliavano senza pietà sulle loro dannate sforna-storielle. Tutti eravamo bravissimi, ognuno però aveva il suo genere. Il prete era specializzato in racconti di travestitismo, la vedova preferiva epopee erotiche di prostitute arabe, le bambinette giocavano con il tema della pederastia con rara sagacia, i mocciosi descrivevano i loro primi fuochi con l’ansia del torello alla monta, i pastori descrivevano tutte le passioni possibili che potevano nascere tra il mondo degli uomini e quello degli animali. Era inutile cercare campi arati o botteghe aperte: contadini e bottegai erano in giro per il paese aspettando l’ispirazione con le mani in tasca e una pagliuzza in bocca: fissavano i tramonti e vi vedevano sempiterne eiaculazioni. La raffinatezza dei nostri racconti contraddiceva le misere condizioni con cui tiravamo avanti. Pochi trovarono un editore, alcuni di noi morirono di stenti davanti alle loro macchine. Consiglio del mese: se hai un debito con qualcuno fatti pagare in racconti erotici. Un centesimo a pagina. //MT


Testo

Nov 21, 2012
@ 5:46 am
Link permanente
1 nota

Strafilm 7#

Control (Anton Corbjin, 2007) - Alla fine degli anni settanta l’etica e l’estetica della disintegrazione aveva raggiunto la sua fase attuativa con i Sex Pistols. Il punk sembrava la via giusta per far sventolare su tutta l’Europa un nuovo Jolly Roger e l’Inghilterra era la testa di ponte di questa nuova epoca in cui ogni teenager avrebbe avuto la sua cresta colorata e la sua tshirt strappata. Almeno così pareva. In realtà non era così. L’Inghilterra del finire degli anni settanta era ancora una trappola. Tutto questo traspare frame by frame da Control, biopic e qualcosa in più sulla parabola di Ian Curtis, morto a 23 anni, e dei suoi Joy Division.

Questo sobrissimo lungometraggio firmato da Anton Corbjin appare contrito come una preghiera recitata in romitorio. La cinepresa si sofferma senza spettacolarizzare, penetra gli insipidi interni inglesi con la freddezza dell’anatomopatologo: ogni stanza è un igloo, ogni angolo di strada una catacomba. La fastosità del sex drougs & rock’n’roll è dall’altra parte del globo. Gli attori sussurrano come se temessero di farsi scoprire da qualche superiore entità. Un passo indietro veloce: Corbjin e i Joy Division si sono conosciuti, Anton li ha fotografati all’apice della loro carriera istantanea che si è conclusa con il suicidio “rituale”di Ian Curtis. Anche grazie al cromatismo desaturato pare di incespicare in un’opera di Ingmar Bergman: riflessione, contorsione, deturpante analisi dei sentimenti. Il suicidio di Curtis appare come una liberazione dal peso del mondo “che è un peso d’amore, troppo puro da sopportare”.

I Joy Dovision rimangono sullo sfondo, i live appaiono e scompaiono risucchiati dai backstage o dalle scene girate per le strade, negli uffici, nelle piccole case di Manchester. Colonna sonora da brivido: c’è una scena in cui parte Warsaw di David Bowie in cui veramente il sangue ti si blocca nelle vene. Sam Riley impressionante. Finale patetico. Fin troppo. //MT

Guardalo stasera, mon amie!


Testo

Nov 15, 2012
@ 3:04 pm
Link permanente

Caffè con Neftalì #7

Urbe condita - Fondai la città per sbaglio, senza nemmeno pensarci. Il tempo di riposarmi ed arrivarono tre scansafatiche che non volevano fondare una città per fatti propri e dissero: “Tu sarai il nostro re”. Per creare un Mito Fondativo mi rivelarono che avrei dovuto uccidere mio fratello. Eseguii gli ordini con perizia. Il fratricidio fu eclatante e propedeutico dato che convinse molti altri ad unirsi a me. Da Re la mia prima mossa fu azzardata: inventai le tasse. Desideravo spremere i miei sudditi e nuotare nel loro oro per tutta la vita. Ottenni solo di esser minacciato di morte. Siccome ero Re nessuno però se la sentiva di tagliarmi la gola, ma da quel giorno non fu facile addormentarsi. Nei dormiveglia obbligatori cercai di escogitare dei trucchi per cavarmi d’impaccio: iniziai così a sorpresa a costruire dei palazzi. In uno misi la legge, in uno la religione, in un’altro la raccolta differenziata. Nessuno di questi soddisfò i cittadini, che mi chiesero piuttosto un palazzo con il biliardino e le freccette. Per le freccette non potei fare nulla, ma gli costruii una reggia con dentro un biliardino. Uno solo. Stettero subito meglio. All’ingresso però avvenivano tafferugli. Un biliardino per tutti effettivamente era un po’ poco. M’inventai allora qualcos’altro: a quelli con la mira migliore detti una fionda ed una tuta antisommossa. La polizia fu un’ottima idea. Ora non dovevo tenere sotto controllo tutti, ma solo quelli che controllavano tutti, ovvero molto pochi. Potei dedicarmi al mio sport preferito: pettinarmi le vene. Per un paio di migliaia di anni è andata avanti tutto così: io mi godevo la vita, loro si mangiavano le budella. Poi arrivarono i futuristi. In cambio di mezzo quintale di carte da gioco mi vendettero una macchina che stritola i sogni. E così non ho più nemmeno bisogno della polizia per controllare i miei amati cittadini. Consiglio del mese: decapita il tuo vicino poiché un giorno potrebbe diventare il tuo sovrano.//MT


Testo

Nov 4, 2012
@ 3:09 pm
Link permanente

Stralibri #6

Viaggio in Gran Garabagna di Henri Michaux (Quodlibet, 2010). Henri Michaux è un ostinato mutaforme. Nasce belga, cresce francese, poi s’imbarca come mozzo sui peggiori mercantili dei sette mari e pian piano racimola la sua colletta di esperienze. E’ cresciuto in una famiglia medio borghese, Henri. Quando decide di prendere penna e calamaio quindi non aspettiamoci le rozze note di un biscazziere. Dalla sua penna, quasi sconosciuta in Italia ma trionfante in Francia grazie alle edizioni Gallimard, scaturiscono varie annotazioni di vita. Una di queste vale senz’altro più delle altre, a parer mio almeno, ed è questo Viaggio in Gran Garabagna. Si tratta di preziose note di un affabile e oggettivo osservatore in merito all’esteso paese di Gran Garabagna. Michaux, disegnandosi ora come ospite ora come esploratore, si cimenta nella descrizione al lettore di tutte le sfaccettature di questo paese, analizzando ogni suo popolo e tribù, riportando ciò che i suoi sensi di scrittore hanno immortalato. La Gran Garabagna è naturalmente luogo fuori dal tempo e dallo spazio, come Stranilandia o Flatlandia, ma qui non siamo davanti a giochi surreali o descrizioni di un reale ipotetico, qui sguazziamo nel perturbante favo dell’immaginazione, dell’unheimlich per dirla come Freud. Visitiamo turbe geografiche in cui si viene giustiziati per un raffreddore (presso gli Emangloni), in cui si vietano le conversazioni (presso i Kalaki), in cui divinità di pietra chiedono i sacrifici più abbietti (presso i Gauri). Le Istituzioni, la Società Civile, lo Stato, la Morale si disintegrano sotto il bisturi cocente di Michaux. Tutto il mondo che conosciamo diventa una grottesca barzelletta. Ci sovviene la sadica risata di chi sa di essere canzonato e piuttosto che dispiacersene si unisce ai lazzi e ai ghiribizzi in nome di uno sfrenato bisogno di frenesia e di libertà. I viaggi di Gulliver in una formula all’ennesima potenza, tremanti ed ardenti di un fuoco ebbro, anarcoide, incontrollabile, sadico. // MT

Un assaggino sul sito della Quodlibet!


Testo

Ago 28, 2012
@ 5:03 pm
Link permanente
1 nota

Caffè con Neftalì #4

Qui, ora. Ricordo bene quello che è successo un attimo fa. La memoria è solida, non fa cilecca. Ma se qualcuno mi chiedesse che cosa ho mangiato ieri per colazione dubiterei un istante e poi: uova, pancetta, un toast finemente dorato. Non serbo memoria di quella colazione, serbo il ricordo della mia decisione, effimera ma consolidata, di mangiare per colazione sempre la medesima solfa strafritta. Sono un tipo prevedibile io, ma solo per mio vantaggio. Ricordo però anche quando mi bombardarono che avevo dieci anni. E che morii. E naturalmente ricordo di essere stato Neftalì, il sontuoso scrittore del Sud America, oppure ero solo un suo lontano parente o il fratello minore fattosi prete o ancora il maggiore nascosto in soffitta? Rammento bene che fui servitore di scena a Padova, coltivatore di limoni a Genova, inventore di vignette satiriche a Livorno, esploratore polare morto in crepaccio e poi saltimbanco a Vienna all’epoca del Congresso, medico amputatore ai tempi di Napoleone, tagliatore di siepi a Versailles. Fui mozzo per i francesi. Senza dubbio tatuatore a Smirne e torturatore a Kyoto. Ho memoria di smerci di oppio assieme a Marco Polo e dei grandi passi del Pakisthan. E poi anche, magnifico, fui la regina Elisabetta, puttana e vergine assieme. Senza dimenticare di essere stato frenetico conquistatore longobardo, tiratore di frombola per i Persiani. Amazzone un po’ libertina. E poi Fenicio. Assiro. Ittita. Bue. Boabab. Bertuccia. Bivalve. Bolo e reietto. Alga. Paramecio. Acqua di fosso e midollo. Ed infine faceto tiepido succo, brodo primordiale. E prima ancora cos’altro? Basta, la bianca volontà delle stelle forse… a ripensarci mi fa male la testa. Ne sarebbero scaturite di avventure da quel mio infimo schizzo di sperma celeste. Consiglio del mese: chiama un tuo vecchio amico che non vedi da anni e raccontagli una marea di cazzate sulla tua vita. // MT


Testo

Lug 15, 2012
@ 7:54 am
Link permanente

Caffè con Neftalì #3

Roma, 1527. Entrammo in Città vestiti da gran signori. Ci fermammo alle fontane per rinfrescarci e darci una ripulita dal fango e dalla polvere dell’assedio. Non avevo mai partecipato ad un saccheggio. Durante la marcia d’avvicinamento al Vaticano m’accorsi che sui campi di grano acerbo si rincorrevano già le lucciole. Non avevo gusto nel vestirmi e blateravo bestemmie in continuazione, ma ero molto giovane. Non avevo la muscolatura del conquistatore: ero basso ed esile. Avevo dei gran mustacchi però, che erano l’orgoglio dei miei genitori. I compagni mi dicevano che prima di noi solo Attila si era fatto una passeggiata per Roma in quelle condizioni speciali. La Città era molto bella anche se non c’erano nemmeno le fogne. Anche la chiesa di San Pietro mi deluse un po’, mi pareva rozza e furbetta, e sue forme erano poco accoglienti: assomigliava ad un grosso scarafaggio albino. In Germania avevamo ben altri monumenti più sintetici, sornioni, che parevano grossi mici sonnolenti in braccio a vecchie matrone. Fu il saccheggio più istruttivo della mia vita: mi pareva di essere al centro del Mondo e della Storia, ero ben cosciente che non c’era un regione più feconda, più sorprendete, più preziosa di quella Città che collaboravo a mettere a ferro e fuoco. Più che fare la storia ti dà i brividi collaborare a distruggerla pian piano a suono di archibugio. Decidemmo di lasciare vivi solo i cani. I comandanti, grossi e gonfi come melograni, andarono dal Papa con un giogo da bue e glielo piazzarono sul groppone. Lo misero in galera con delle scimmiette fatte venire apposta da un quadro di Brugel. Rimasi in Città. Sposai una contadina romana che mi presi con la violenza sotto il Ponte Milvio. Abito con lei in un sottotetto da cui si vede anche il colosseo vicino a porta del popolo. Non ho più paura del futuro da quando con lo switch off a tavola parliamo di più ed ho imparato a godermi le lunghe nottate dando i nomi alle stelle. Consiglio del mese: fatevi un Currywrust mentre progettate il vostro rifugio antiatomico // MT


Testo

Giu 19, 2012
@ 6:46 pm
Link permanente
1 nota

Caffè con Neftalì #2

Parigi, un 1952 senza speranza. Scambiai il mio appartamento per un tassì che mi portasse in fretta all’aeroporto. Ho voglia di fuggire. Lungo il tragitto attaccai bottone con l’autista di cui non mi sovvengono né il nome né il suono della voce. Solo le mani strette sul volante mi appaiono chiare ora, nel ricordo. Erano mani familiari. Forse eravamo parenti. Arrivai all’aeroporto in anticipo su tutti i voli. Il cielo era sgombro, pallido e indebolito come sul punto di crollare. Tutto era vuoto e disabitato. Lì vicino c’era un ristorante di certi sbandanti amici del mio padrone di casa. Mi feci portare un uovo in camicia, un pezzo di carta ed una penna. Iniziai a scrivere al mio cane nel momento in cui il cameriere andò a fumarsi una sigaretta, fuori sul marciapiede. “Caro Menappo so che questa storia del miglior amico non ci ha portato molta fortuna e che le cose potevano andare diversamente, almeno in un miliardo di modi diversi, ma mi sa che ci è capitato il peggiore dei mondi possibili e ora ci tocca viverci. Non ti chiedo di perdonarmi ma nemmeno di mettermi l’Interpol alle calcagna, vorrei solo che rimanessimo amici, né migliori né peggiori, ma solo amici, come ai vecchi tempi quando appena ci conoscevamo e ci sbronzavamo assieme quasi per caso. Ci chiamavano Le canaglie ed era una gioia camminare per strada. Ora quello stesso camminare allo scoperto è diventato un inferno, non è colpa mia, non è colpa tua, ma tutti dobbiamo bere il nostro quartino di chinino per guarire del tutto. Ti lascio il mio cappello, i miei occhiali scuri e il mio pastrano, sono nell’armadio. Indossali sempre quando esci, sono sicuro che nessuno noterà la differenza e tutti crederanno che sono ancora lì, con loro, in città. Ciao vecchio, ti scrivo quando arrivo. Consiglio del mese: Invita a cena il cane del vicino e dà al tuo miglior amico gli avanzi.

// MT


Testo

Giu 19, 2012
@ 6:35 pm
Link permanente

STRAvicino #2

La Scarzuola. Umbria, Città della Pieve, un caffè a Montegabbione, supera i due cipressi, Montegiove, segui i cartelli. Devi prenotarti al telefono perchè è proprietà privata. Giungi al cancello del Convento che ha illustri natali: fu fondato da San Francesco. Ma non sei ancora arrivato. Il padrone di casa, con gentilezza ma piglio inequivocabile, ti mostra la chiesa e poi il giardino ed eccola lì, dietro il convento trovi la città che cercavi: la Scarzuola. I francescani passano la palla agli ermetisti. Un apparato di tufi compone polimorfe acropoli, piscine, torri vuote, corridoi scoperchiati, alcove, piazzette, s’aprono in lucernari di palazzi senza abitanti. Vedi o ti sembra di vedere il Partenone. Effigi di api, i sommi architetti, costellano le pareti. Sereno il cielo azzurro. E scopri che la tua guida è il nipote dell’ideatore di quella città, Tommaso Buzzi, utopista che piacerebbe a Herzog, luminare di una Milano geniale, ostracizzato dal fascismo, ridotto all’impotenza, salvatosi eremita dalla mente sua visionaria in perenne postumo galoppo lì nei grembi umbri.

// MT

Ebbene sì esiste sia il posto

che lui…


Video

Maggio 24, 2012
@ 7:20 am
Link permanente
2 note

Strablog loves Federina